6 ottobre 2015

La Acli Colf sulla Naspi: una interpretazione discriminatoria

Come più volte abbiamo sostenuto, il settore del lavoro domestico e di cura è purtroppo considerato troppo spesso un lavoro di serie B, quasi non fosse proprio un lavoro. Tant'è che quello domestico e di cura è un comparto che da sempre ha sofferto di un'elevata presenza di lavoro nero, grigio, di irregolarità contributiva, di illegalità, una occupazione in cui lavoratrici e lavoratori sono costretti ad accettare di lavorare per molte ore con retribuzioni basse, spesso 24 ore su 24, e magari venendo messi in regola solo per poche ore.
 
E nonostante il numero di persone in esso impiegate  sia elevatissimo (quasi un milione di lavoratori regolarmente assunti) e che sia un lavorato oggi fondamentale per supplire alle carenze del welfare alla luce dei nuovi bisogni delle famiglie lasciate sole, purtroppo, nonostante  tutto, assistiamo ancora a forme  di discriminazione nei confronti di questa categoria.
Oltre al danno la beffa!

 
L'Inps a luglio ha emanato una circolare che di fatto impedisce a migliaia di lavoratrici domestiche di avere accesso alla disoccupazione - alla così detta Naspi - restringendo i requisiti per ottenerla. La norma generale dispone che si può avere diritto alla Naspi con almeno 30 giornate di lavoro nei 12 mesi precedenti la cessazione del rapporto di lavoro stesso. Invece, la circolare specifica che però per colf, badanti e baby sitter si deve intendere un numero minimo di 5 settimane di lavoro , nelle quali si abbia lavorato almeno per 24 ore ciascuna settimana (cfr. 5.1 :<<Perfezionamento del requisito delle 30 giornate di effettivo lavoro per i lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari>>).
 
Tale interpretazione dell'Inps colpisce i lavoratori domestici che lavorano part-time, ovvero per coloro che lavorando per meno di 24 ore settimanali, non riuscirebbero a maturare il requisito richiesto, creando disuguaglianza tra chi ha un lavoro costante da molto tempo seppur part-time, e chi magari ha lavorato solo nell'ultimo periodo.
 
Come associazione crediamo che non possano sussistere queste discriminazioni in un settore del mondo del lavoro già molto debole e penalizzato. Questa "svista" da parte dell'Inps deve rientrare e la circolare modificata, se non altro per non creare una discriminazione delle lavoratrici domestiche rispetto alle altre  categorie di lavoratori, cosa che si scontrerebbe con quanto afferma la Convenzione ILO n. 189 del 2011 sulle lavoratrici e lavoratori domestici e ratificata dall'Italia, nella parte in cui sancisce parità di trattamento tra i lavoratori domestici e le altre categorie di lavoratori.
 
La nostra associazione Acli Colf auspica che questa interpretazione venga subito modificata per dare dignità a questo lavoro attraverso il corretto riconoscimento dei diritti e contro ogni ulteriori forme di discriminazioni.
 
Questo il link per poter leggere la circolare Inps n. 142 del 29 luglio 2015.