11 marzo 2011

Non solo badanti

 

dalla Sede di Treviso

NON SOLO BADANTI

badantiFamiglie destabilizzate, trasformate, sconnesse, a volte disperse in un territorio di ampiezza ormai mondiale, vittime di dolorose rotture ma anche caratterizzate da un grande impegno a ricostituirsi. Sono quelle a cui non pensiamo mai abbastanza eppure riguardano le tantissime donne straniere impegnate in Italia, ma anche in altri paesi occidentali, nel lavoro di cura domestico. Di norma parliamo di loro per discutere dell'ultima ricerca, oppure riflettendo su quanto sono diventate essenziali per reggere il nostro sistema di welfare, o ancora per approfondire le dinamiche relazioni con le famiglie italiane e gli anziani.
Quasi mai, mettiamo la loro prospettiva veramente al centro – considerandole prima di tutto mogli e madri -, non solo per provare a conoscerle meglio ma soprattutto perchè i processi migratori di cui sono soggette incidono profondamente e a diversi livelli sulla società, l'economia, la politica nel nostro paese ma anche nei loro.

Uomini e donne
“Le donne che giungono in Italia per curare gli anziani, si confrontano con tutti i meccanismi e le dinamiche della globalizzazione, si separano dalle loro famiglie, dai loro figli, e tuttavia cercano in ogni modo di mantenere vivi legami affettivi e di responsabilità parentali nonostante i confini e la distanza – spiega Anna Carniato, operatrice Acli di Treviso che ha studiato per la sua recente tesi di laurea le caratteristiche delle famiglie transnazionali -.

Con la separazione fisica si alterano i tradizionali e patriarcali rapporti di genere e di distribuzione del potere e molte donne diventano più competenti e autonome rispetto ai mariti. Anche il denaro guadagnato da uomini e donne assume significati differenti, a maggior ragione se ottenuto con la migrazione, perchè mette in discussione la norma sociale che vuole l'uomo come principale procacciatore di reddito”. Da questo rovesciamento di ruoli la donna diventa il “capofamiglia” grazie ai maggiori guadagni.
Si tratta, dunque, di tanti cambiamenti che modificano pesantemente le relazioni di genere e soprattutto lo status di marito e padre; infatti capita che quando i mariti restano a casa sono senza lavoro, o con impieghi poco redditizi, e vivono con le rimesse. “Questo intacca l'identità e la dignità maschile; si fanno carico con riluttanza dei compiti di cura della famiglia e, se possibile, li delegano ad altri parenti femmine”.
Orfani bianchi
Nei paesi di provenienza, la partenza delle donne è percepita come una drammatica emergenza sociale, specie per i bambini ed i ragazzi che restano a casa senza la madre. Lasciamo la parola a loro, le “nostre” badanti.
Svetlana, dall'Ucraina: “Qualsiasi somma di denaro non ripaga il rapporto con i figli. Il tempo non si recupera più. Il senso di colpa per non aver fatto il proprio compito di madre è forte. Il compito di una madre è stare vicino ai figli. Da come i genitori si comportano con i figli dipende tutta la loro vita. Delle volte non amo più l'Ucraina perchè non ha dato alle mamme la possibilità di stare accanto ai figli e invecchiare sotto i loro occhi”.
Per fronteggiare la separazione, le madri mettono in atto alcune strategie, evitando di confrontarsi con le tensioni emotive all’interno del nucleo familiare: la mercificazione dell’amore, ossia la sostituzione di atti di cura quotidiana con beni materiali (rimesse o regali); la repressione delle tensioni emotive, basata sull’enfasi dei propri sentimenti o sulla negazione della sofferenza per la separazione; la razionalizzazione della distanza, sia con la giustificazione che i guadagni economici superano i costi emotivi, sia con la motivazione che la distanza fisica può essere gestita con una comunicazione regolare.
I figli, privati dell’intimità con le madri, sono colpiti da solitudine ed insicurezza che spesso sfocia in vulnerabilità. Si genera un forte conflitto intergenerazionale, legato alle aspettative socialmente prodotte della maternità tradizionale che aggravano la condizione precaria della famiglia transnazionale.
Patty, dall'Ecuador: “Ho lasciato le bambine a mio marito. Lui però se ne andò di casa dopo solo tre mesi con un’altra donna, lasciando le piccole alla sorella e al marito di lei. Ancora adesso vivono con loro, che non hanno avuto figli. La piccola è cresciuta con mia cognata, la considera davvero una mamma”.
Rosemarie, dalle Filippine: “Ogni volta che la bambina di cui mi occupo chiama sua madre “mamma”, il cuore mi sussulta, perché anche i miei bambini mi chiamavano così. La separazione fisica mi pesa soprattutto la mattina, quando le preparo la colazione, perché è quello che facevo sempre con i miei figli…facevo proprio la stessa cosa per loro”.
Spesso le famiglie presso le quali lavorano chiedono, a volte pretendono, che queste ultime siano in grado di provare affetto ed attaccamento per la persona che accudiscono o per la casa che devono riordinare, senza prendere in considerazione che queste hanno a loro volta degli affetti ed una casa che vorrebbero curare. Hanno però dovuto individuare una diversa modalità di “prendersi cura”, non di prossimità, come comunemente avviene, ma di separazione e lontananza, sperimentando diverse strategie per reinventare i legami affettivi.