La recente proposta avanzata dai
sindacati Cgil, Cisl e Uil di modificare
i versamenti contributivi nel settore domestico è sicuramente interessante.
Il documento che i sindacati
hanno inviato al governo oltre alle richieste sulla previdenza, è contenuta
anche la domanda di fermare l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni per
tutti i lavoratori.
Oggi i contributi per la pensione dei collaboratori domestici sono
articolati su due livelli: standard per i contratti fino a 24 ore alla
settimana; di fatto dalla 25esima ora sono ridotti. Tale meccanismo nasce con la logica di alleggerire le spese sostenute
dalle famiglie che hanno bisogno di molte ore d’aiuto, ad esempio quelle
che hanno una badante a tempo pieno. Oltre ad essere ridotte, sono legate alle
cosiddette retribuzioni convenzionali e non parametrate sullo stipendio
percepito. Ciò incide sui lavoratori, i quali, versando meno contributi, si
vedono ridotta la propria pensione. Pertanto i sindacati chiedono «versamenti
contributivi pieni pure oltre le prime 24 ore settimanali». E anche «rapportati alle retribuzioni corrisposte effettivamente, se superiori a
quelle convenzionali».
Come Acli Colf da anni sosteniamo
tali ipotesi interpretando questa sottrazione di diritti al pari di una reale
discriminazione per le lavoratrici e i lavoratori – quasi un milione – impiegati
nel settore domestico. Riconosciamo allo stesso tempo la fragilità di molte
famiglie datrici di lavoro, spesso impossibilitate a reggere da sole tutto il costo
dell'assistenza familiare.
E’ necessario dunque chiarire un
aspetto: a volte le famiglie datrici di lavoro vengono equiparate alle “imprese”. Questo è però un errore
concettuale. Nell’ambito del settore domestico e soprattutto quello di cura e
assistenza alla persona, le famiglie non
sono e non possono essere considerate delle “imprese”, poiché mentre queste
ultime sono mosse dal profitto (per legittime finalità imprenditoriali), i nuclei familiari sono spinti dalla
necessità (dal bisogno di cure e assistenza per sé o per i propri cari). In
assenza di una rete di servizi dello Stato, le famiglie sono costrette ad auto
organizzarsi attraverso il “fai da te” che non può tradursi in un
livellamento al ribasso dei diritti dei lavoratori, scaricando su chi è più
debole ulteriori difficoltà e ingiustizie.

